Tommaso d’Aquino

“dio è buono”: i cristiani e il loro dio

Da “Somma contro i Gentili”

Di Claudio Simeoni

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Per trattare l’aggettivo buono che i cristiani attribuiscono al loro dio, è necessario accordarci su che cosa è buono. Ogni aggettivo, attribuito ad un soggetto, ha lo scopo di predisporre il lettore nei confronti di quel soggetto. Se io scrivo “malvagio” predispongo il lettore a formulare un’idea sul soggetto a cui attribuisco il termine “malvagio”. Nelle tecniche di induzione delle idee preconcette si usa far precedere gli aggettivi ai significati che vengono attribuiti agli aggettivi in modo che, una volta che si definisce il significato, si sia indotta un’idea emotivamente preconcetta del significato stesso.

Affermare “dio è buono” implica che il significato di “buono” che sta nella mia testa, al di là del significato di “buono” che sta nella testa di chi afferma, viene psicologicamente proiettato sul termine dio precedendo l’analisi delle azioni di dio che si vuole che siano considerate buone.

Il concetto  di “dio è buono” viene desunto da Tommaso d’Aquino dalle sue sacre scritture, ma dal momento che le sacre scritture dimostrano che il dio, a cui si riferisce Tommaso d’Aquino, è oggettivamente malvagio nelle sue azioni, Tommaso d’Aquino deve uscire dalle sacre scritture cristiane per pescare concetti sul dio buono da altre e diverse tradizioni.

E’ il caso di Aristotele con cui Tommaso d’Aquino trasforma un aggettivo in sostantivo per trattarlo come un oggetto posseduto dal suo dio padrone capace di qualificare ogni sua azione al di là del senso che ha quell’azione: è un trucco retorico con cui rinunciare ad ogni diritto di critica rispetto al dio padrone.

Scrive Tommaso d’Aquino nella “Somma contro i Gentili”, nel capitolo XXXVII dal titolo “dio è buono”:

 

“Ora, dalla perfezione di dio, di cui abbiamo parlato [cc. 28 ss.] si può dedurre la sua bontà. Infatti:

 

1) Il motivo per cui un essere si dice buono è la sua virtù: poiché << la virtù è per ogni cosa ciò che rende buono chi la possiede e l’opera che egli compie>> [ethic., II, c. 6, n. 2]. Ora, la virtù <<è una perfezione: poiché allora noi chiamiamo perfetta una qualsiasi cosa, quando essa raggiunge la  propria virtù >>, come dice Aristotele (Physic., VII, c. 3, n. 4). Ogni cosa è buona per il fatto che è perfetta. Ed ecco perché ogni cosa brama la propria perfezione come il proprio bene. Ma sopra [c. 28] abbiamo dimostrato che dio è perfetto. Dunque è buono.

 

L’opera compiuta qualifica come “buono”, “malvagio” o quant’altro, chi la compie. Le opere compiute vengono definite con un aggettivo e attribuito all’artefice delle opere: non viceversa!

La virtù non rende buona l’opera, ma è l’opera che io qualifico come buona che mi fa intravedere la virtù in chi la compie. Se io quell’opera la identifico come “malvagia”, chi la compie è un malvagio e la sua virtù, vir, è malvagia. Il giudizio su ciò che è buono parte dall’analisi delle opere, non dai giudizi preconcetti che sono sempre imposti alle persone mediante la violenza.

Non è vero che “ogni cosa brama la propria perfezione”, ma, nella struttura mentale di Tommaso d’Aquino, ogni cosa, la sua ragione, brama l’onnipotenza. Delira su una perfezione desiderata data l’incapacità di abitare e vivere il mondo con soggetti ritenuti inferiori. Il concetto di perfezione è un concetto “ideale” di chi si ritiene incapace, inadeguato, impotente a soddisfare i propri desideri. Anziché vivere la propria vita nelle relazioni con gli altri, farnetica di una perfezione assoluta che con la sua immaginazione proietta su un assoluto col quale si identifica. Per una ragione malata come quella di Tommaso d’Aquino, desiderare di poter veicolare nella società il proprio delirio di onnipotenza, è il massimo, la perfezione. Solo che il concetto di perfezione è un concetto psicologicamente malato che non tiene conto delle infinite inadeguatezze con cui i soggetti del mondo costruiscono le loro relazioni.

Essere perfetto significa essere fuori dal mondo: confinato nell’ideale patologico che diventa malattia quando si trasforma in fissazione; in ricerca spasmodica e angosciosa di una perfezione che è solo alienazione dalla vita.

Tommaso d’Aquino afferma di aver dimostrato che il suo dio padrone è perfetto nel capitolo 28, ma nel suo delirio confonde le affermazioni, prodotte dalla sua patologia, con dimostrazioni oggettive.

Inizia il capitolo 28 del primo libro della Somma contro i Gentili” affermando:

 

“Sebbene le cose che oltre ad essere vivono siano più perfette di quelle che esistono soltanto, dio tuttavia, il quale altro non è che il proprio essere, è totalmente perfetto. E dico perfetto totalmente ciò cui non manca la perfezione di nessun genere.”

 

Nel capitolo passa attraverso citazioni dalle quali pensa di trarre autorità e, invece, somma farneticazioni alle sue farneticazioni come questa:

 

“Ecco perché a Mosé, il quale chiedeva di vedere la faccia o gloria di dio, il signore rispose: “Io ti mostrerò ogni bene” (Esodo XXXIII, 18-19)”

 

Da cui Tommaso d’Aquino crede che quel dio lasci comprendere a Mosé che lui è la pienezza di ogni bontà (ce ne vuole di fantasia malata per una tale deduzione). Di ben altro significato religioso è la richiesta di Semele a Zeus di poterlo vedere per ciò che è e non per ciò che lui appare a lei. Oppure, Tommaso d’Aquino, pensa di supportare le sue affermazioni con delle affermazioni, altrettanto farneticanti di Dionigi, quando scrive sempre nel capitolo 28:

 

“E Dionigi afferma (De div. Nom., c. 5): “Dio non è esistente in una data misura, ma in assoluto e senza limiti egli ha accolto e preaccolto in se stesso tutto l’essere”.”

 

E Tommaso d’Aquino termina le sue elucubrazioni sulla perfezione del suo dio citando Matteo e non si accorge della contraddizione che esprime nella perfezione patologica che lui attribuisce al suo dio. Conclude il capitolo 28:

 

“E in tal senso diciamo che è perfetto dio secondo l’espressione evangelica (Matteo, V, 48): “Siate perfetti com’è perfetto il padre vostro celeste”.”

 

Se reciti milioni di volte la formula “dio è perfetto!” è facile che nella tua testa si formi un’idea di un dio perfetto, ma non per questo costruisci una realtà oggettiva di un dio perfetto. L’idea si forma come fantasia nella tua testa. Si forma come un desiderio da soddisfare, non come una realtà oggettiva.

Non solo Tommaso d’Aquino non ha dimostrato nulla, ma le sue affermazioni suonano come un’offesa all’intelligenza delle persone e alla libertà della vita che non può accettare di essere ingabbiata in nessun delirio patologico.

Continua nelle sue farneticazioni Tommaso d’Aquino:

 

2) Nei primi capitoli  [c. 13] abbiamo dimostrato l’esistenza del motore primo immobile che è dio. Esso però muove restando del tutto immobile, poiché muove come oggetto di desiderio. Dio, quindi, essendo il primo motore immobile, è il primo desiderato. Ora, una cosa può essere desiderata per due motivi: o perché è buona, o perché apparentemente buona.  Ma la prima soltanto è buona; poiché il bene apparente non muove per se stesso, bensì per l’aspetto di bene che presenta; il bene invece muove per se stesso. Perciò il primo desiderato che è dio, è realmente buono.

 

Nei capitoli precedenti Tommaso d’Aquino ha farneticato attorno ad un “motore immobile” che lui identifica col suo dio padrone. Una specie di Uno dei Neoplatonici trasformato nel dio personale dei cristiani.

Quel “quindi” è del tutto soggettivo ed improprio perché parte dal presupposto che l’interlocutore condivida con Tommaso d’Aquino le sue farneticazioni soggettive come se fossero oggettive. L’unica dimostrazione che abbiamo nel testo è che il dio padrone è l’oggetto desiderato da Tommaso d’Aquino. Una cosa desiderata perché soddisfa la patologia delirante di Tommaso d’Aquino non per gli attributi in sé della cosa desiderata. Io desidero un dolce perché quel dolce soddisfa il mio desiderio, l’oggetto è dolce perché io lo ritengo dolce, non certo perché ha la qualità di dolcezza in sé. E’ il mio gusto che decide che quello è dolce. Ed è il mio desiderio di soddisfare quel gusto che mi porta a desiderare quell’oggetto specifico.

Così la patologia desiderante di Tommaso d’Aquino è portata a desiderare l’oggetto che ne soddisfi l’attributo delirante della sua onnipotenza: il “dio buono”. Il meccanismo è lo stesso della ricerca del piacere; soddisfa il desiderio di onnipotenza come un dolce soddisfa il mio desiderio di una “cosa buona al gusto”.

Mentre il mio desiderio di una torta si conclude con la sua soddisfazione nel mangiare la torta e la mia persona si apre a nuovi e diversi desideri, il desiderio di Tommaso d’Aquino resta sospeso e insoddisfatto nella ricerca di un’onnipotenza che identifica nel dio padrone. Il desiderio prodotto dal delirio sospende il delirante in un oggetto desiderato e mai raggiungibile proprio perché racchiuso nella sfera patologica. Per questo, come io dico che quella torta è “buona”, in quanto soddisfa il mio desiderio, Tommaso d’Aquino è costretto a pensare il suo dio come “buono” in quanto questo dovrebbe, secondo la sua immaginazione, soddisfare il suo desiderio.

Pensare che esista un oggetto definibile come “bene” anziché il bene come percezione del soggetto degli oggetti e delle relazioni con il mondo, è un sintomo di alienazione fra sé e la vita. Dove il bene non si incontra più nella vita, ma solo in un desiderio confinato nell’ambito della patologia psichiatrica.

 

3) <<Il bene è ciò che tutti gli esseri desiderano>>, secondo l’adagio che il filosofo riferisce come <<ottimo>> all’inizio dell’Etica [ethic., I, c. I, n. I]. Ora, tutte le cose bramano di essere secondo la propria misura. Il che risulta dal fatto che ogni cosa secondo la propria natura resiste alla corruzione. Perciò l’esistenza attuale costituisce la ragione stessa di bene: cosicché la privazione dell’atto che impoverisce una potenza, come spiega Aristotele [in Metaph., IX, c. 9] implica il male, che è l’opposto del bene. Ma dio, come sopra abbiamo visto, [c.15] è un ente in atto e non in potenza. Quindi egli è veramente buono.

 

 

<<Il bene è ciò che tutti gli esseri desiderano>>, certo, purché sia riferito a ogni sé stesso. Alla concezione di bene per ogni sé stesso. Io anelo al bene per me stesso. Non ad un bene oggettivo per un ente diverso da me. Io posso anelare al bene per la società, ma perché sono parte della società. Perciò, anche se anelo al bene della società, anelo, in realtà, al bene per me stesso.  Io sono il metro di misura del bene e non permetto a Tommaso d’Aquino ad impormi ciò che lui ritiene bene per sé stesso. Le cose bramano di manifestare sé stesse, di espandersi, di crescere: e questo si chiama bene. Le cose bramano il bene per sé stesse. Lo stesso dio padrone di Tommaso d’Aquino, letta la sua sacra scrittura, brama il bene per sé stesso a discapito del bene che bramano gli altri esseri.

Scrivono le sacre scritture di Tommaso d’Aquino:

 

“A quella vista tutto il popolo si prostrò per terra, esclamando: “E’ il signore il vero dio! E’ il signore il vero dio!” Allora Elia ordinò loro. “Prendete i profeti di Baal: non ne scampi nemmeno uno!” Ed essi li presero. Poi egli li fece scendere presso il torrente Cison, dove li sgozzò.” I re 18, 39-40

 

Oppure:

 

“Quando il signore iddio tuo, avrà sterminato davanti a te le genti del paese di cui stai per entrare in possesso, allorché tu lo occuperai e vi abiterai, guardati bene dal cadere nel laccio: non farti loro seguace dopo che quelle saranno annientate davanti a te; non cercare i loro Dèi....” Deuteronomio 12, 29-30

 

I sacerdoti di Baal desideravano il loro bene; il dio padrone dei cristiani desiderava il suo bene. Per il bene del dio padrone Elia li sgozzò: Elia è un criminale. Il dio padrone dei cristiani è un criminale. Dov’è il bene di chi ha sgozzato?

E dov’è il bene dei popoli che il dio padrone di Tommaso d’Aquino si vanta di aver sterminato?

Gli atti del dio padrone che impoveriscono la ricerca del bene di chi è stato sterminato rappresentano il male e il dio di Tommaso d’Aquino, come leggiamo nei suoi testi sacri, è il male che ordina di macellare coloro che a lui fa piacere macellare.

Da questo, l’affermazione di Tommaso d’Aquino che “Quindi egli è veramente buono” appartiene al delirio di onnipotenza di un individuo alienato alla vita ed estraneo alla società civile.

Continua le farneticazioni Tommaso d’Aquino:

 

4) La diffusione dell’essere e della bontà procede dalla bontà. E questo risulta dalla stessa natura del bene, e dalla sua nozione. Per natura infatti il bene di ogni cosa consiste nel suo atto e nella sua perfezione. Ma ogni cosa agisce perché è in atto. Agendo però essa diffonde l’essere e la bontà sulle altre cose. Infatti il segno della perfezione per una cosa è la sua << capacità a produrre un essere consimile>>, come spiega il filosofo [in Meteororum, IV, c. 3, n. I]. D’altra parte la bontà di una cosa sta nell’essere appetibile.  E questo è il fine, il quale muove la causa agente ad agire. Perciò si dice che il bene << tende a diffondere sé stesso e l’essere>> [Dionigi, De div. Nom., c.4]. Ora, questa diffusione spetta a dio; poiché sopra [c.13] abbiamo visto che egli, quale essere necessario, è causa dell’esistenza di tutte le altre cose. Dunque gli è veramente buono. Ecco perché nei Salmi [LXXII, 1] si dice: <<Quanto è buono il dio d’Israele con i retti di cuore>>. E nelle lamentazioni [III, 25]: << Il signore è buono con quelli che sperano in lui, con l’anima che lo cerca>>.

 

Tommaso d’Aquino non analizza le azioni del suo dio. Queste non esistono. I suoi libri sacri sono la giustificazione delle sue azioni perverse nel suo delirio di onnipotenza. Dal momento che la perversione dei suoi libri sacri con cui egli legittima i delitti non sarebbero accettati dalle persone (non dimentichiamo che a quei tempi la lettura delle bibbia e dei testi sacri era proibita alle persone che dovevano accontentarsi della versione che dava loro il prete cattolico), allora si preferisce farneticare attorno al dio buono, più vicina all’idea degli Stoici e dei Neoplatonici che non a quella di ebrei e di cristiani.

Come Tommaso d’Aquino non verifica le azioni del suo dio che lui definisce buono per soddisfare il suo desiderio patologico, così i filosofi nel corso dei secoli hanno preferito ignorare le farneticazioni di Tommaso d’Aquino piuttosto che collocarle nella giusta dimensione: la patologia psichiatrica.

Affermare che il dio padrone di Tommaso d’Aquino sia “causa dell’esistenza di tutte le altre cose” sa di insulto alla realtà oggettiva che viviamo. Possiamo dire, più correttamente, che l’immagine di dio che Tommaso d’Aquino spaccia, sia il “vampiro della vita” di tutte le cose. Il “vampiro della vita” che costringe gli Esseri a rinunciare a sé stessi in funzione della legittimazione del suo diritto al saccheggio dell’esistenza.

L’esistenza saccheggiata degli Esseri Umani che, anziché cogliere il divino che sta in essi, sono costretti a sottomettersi alla malvagità del dio dei cristiani che Tommaso d’Aquino, per soddisfare il suo desiderio di onnipotenza, chiama buono. E mentre lo chiama buono il dio dei cristiani distrugge il dio che gli Esseri Umani potrebbero diventare proprio con l’aiuto di Tommaso d’Aquino:

 

“Il signore iddio disse: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, avendo la conoscenza del bene e del male: che non stenda ora la sua mano e non colga dall’albero della vita, per mangiarne e vivere in eterno”.” Genesi 3, 22

 

Io, a differenza di Tommaso d’Aquino, questa la chiamo malvagità assoluta!

Marghera, 29 luglio 2010

 

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 – Marghera Venezia

Tel. 3277862784

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